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sognatori di professione
intervista di Remigia Spagnolo
a PAOLA MASTROCOLA - scrittrice
06 aprile 2011
CATTURARE I PENSIERI
Ciao Paola, hai accettato con entusiasmo la mia intervista. Cosa ti porta qui oggi?
Mi ha entusiasmato la tua proposta perché da sempre sono affascinata dai misteri che riguardano il modo in cui generiamo i nostri pensieri: mi piace il nostro non essere in grado di capire da dove vengono, come ci arrivano e, soprattutto, come siamo capaci di farne qualcosa.
Ne parlo spesso con i miei allievi, dico che basta “guardare” i pensieri, accorgersi di averli, di venirne per così dire “attraversati”. Siamo tutto il giorno attraversati da migliaia di pensieri che sono quasi sempre straordinari e originali, perché originano da noi, e quindi sono per definizione unicamente nostri. E allora perché davanti al foglio bianco ci perdiamo? Non sappiamo cosa scrivere, oppure riempiamo la pagina di frasi fatte, luoghi comuni, pensieri non pensati davvero, o pensati da altri. La verità è che di tutto questo fiume di pensieri che ci attraversa noi siamo completamente ignari; facciamo altro tutto il giorno, viviamo, e non prestiamo attenzione al mondo mentale, quindi è come se sprecassimo i pensieri, non vedendo questo continuo fiume che ci accompagna. Se ci astraessimo ogni tanto dalla realtà e guardassimo il fiume, vedremmo cose pazzesche che ci passano davanti, imprendibili. Immagini, idee, scene, dialoghi… pensieri! Ahimè, tutto perduto. Come nel fiume l’acqua non torna mai e non è mai uguale, così pure i pensieri se ne vanno. Bisogna trovare il modo di “fermare” i pensieri.
Come fermi i tuoi pensieri?
Un metodo c’è, formidabile. Basta andare in cartoleria e comprarsi un piccolo taccuino tascabile, e tenerlo sempre nella tasca posteriore dei pantaloni. Deve essere piccolo, possibilmente a spirale, perché i fogli si girano meglio. Bisogna tenere con sé anche una penna naturalmente! sceglierla che scriva bene e che piaccia. A me ad esempio piace scrivere grosso. Se usassi una penna che scrive sottile, mi passerebbe anche la voglia, perché scrivere è anche un fatto fisico, un piacere. Fine. Con penna e taccuino si possono fermare i pensieri. Li acchiappi come farfalle. Non so spiegarti il perché, ma se hai una penna in mano diventi molto più consapevole dei pensieri che hai. Forse perché li puoi fermare, ti senti più potente, meno inerme. Li vedi, i pensieri: può essere un’analogia istantanea, una frase, una parola, una scena, un personaggio, un colore, un odore. Se hai un taccuino, tutto questo puoi catturarlo.
È un po’ come avviene con i sogni. Difficile ricordarsene se non li hai fermati per scritto, poi ci sogni sopra e buonanotte, tutto se ne va nel nulla.
È così che nascono le tue storie e i tuoi personaggi?
Si, devi metterti a guardare il fiume di pensieri, ed essere pronto a catturare quelli che ti prendono di più, che non se ne vanno, che sono caparbi e tenaci: vuol dire che ti chiedono di essere raccontati. Non è che ci si debba “mettere a pensare” o, peggio che mai, a inventare una storia, per carità! Di nuovo, è come per i temi in classe: il problema non è di “farsi venire delle idee”. Le idee non vengono a comando, non accettano coercizioni, arrivano quando vogliono e basta. Si tratta di mettersi nella giusta disposizione perché i pensieri arrivino senza che noi facciamo nulla. Anzi, dobbiamo distrarci e davvero non fare nulla. Insomma, non occorre pensare di dover pensare.
Si, perché in condizioni normali scopo del pensiero è di non pensare, ma di attivare e costruire una serie di schemi mentali e interpretativi cui ricondurre la realtà; schemi che a volte ci facilitano la vita in quanto ci permettono di non fare analisi accurate della realtà ogni volta, ma spesso ciò che ne esce ha poco valore ideativo..
Non so, istintivamente avrei paura degli schemi. Il problema è appunto che perlopiù non ci vengono idee davvero nostre, ecco. Il 90% delle volte ci vengono pensieri comuni, uno dei tanti e frusti luoghi comuni dell’umanità. Siamo abitati da un funesto schema mental-sociale che ci ingabbia, direi.
Tornando ai temi in classe, pensa a un titolo già stereotipato come “La pace nel mondo”: ebbene, il 99, 9% dei ragazzi di fronte a un titolo del genere mette in fila tutte le frasi fatte e le idee più banali sul perché l’uomo non dovrebbe mai fare la guerra. E sai perché? Perché non esce dagli schemi, non segue veramente e fino in fondo i suoi pensieri veramente suoi. Te lo dico meglio: non insegue i pensieri-lepre che saltano sul prato della sua mente. Ad esempio potrebbe cominciare a parlare di sua nonna. Lo so che non c’entra niente con il tema della pace, ma magari sì invece. Si tratta di perdersi per viottoli, di seguire lepri, di farsi portar via… Invece quasi tutti percorriamo solo la grande strada maestra dove va la moltitudine, così andiamo tutti inesorabilmente nella stessa direzione, e arriviamo, per forza, a dire tutti le stesse cose. Ti piace questo? A me no. Se invece prendessimo quel viottolino che ci porta fuori strada…Andare fuori strada è fantastico! Trovi delle cose che gli altri, avendo scelto la strada maestra, non vedranno mai.
Quindi occorrerebbe mettersi nella disposizione in cui il pensiero possa venir stimolato dal nuovo che arriva…
Una cosa che a me piace molto è la digressione, dal latino de-gredere, che è proprio l’andare per viottoli: lasciare la strada, “andare via da”. La digressione ti porta altrove. È un po’ come Ulisse che non ha mai voluto veramente tornare ad Itaca. Pensa a quante cose ha scoperto in quei 10 anni invece di tornare a casa da Penelope. Non dovremmo dare l’insufficienza ai ragazzi quando vanno fuori tema, dovrebbero andare sempre fuori tema, sarebbe la cosa migliore: o meglio, sarebbe scrivere!
E le idee per i tuoi libri nascono dalle digressioni?..
Chi lo sa… Abbiamo parlato di fiumi, viottoli, lepri, farfalle… Poi però è anche importare lo “stare” dentro un pensiero, una volta che lui si è imposto e ti abita. Il “permanere” di un pensiero nella mente, il suo lavorarti dentro per mesi, a volte anni. Un romanzo si costruisce in molto tempo. Magari lo pensi senza pensare di pensarlo, ma lui “sta” lì, in qualche modo ti “cova” (o tu covi lui, non so). E allora accade una specie di miracolo misterioso: di colpo, quando tu sei dentro una tua idea, è come se tutto quello che ti capita, quel che leggi, le persone che incontri, le cose che vedi, gli eventi a cui partecipi, venissero come calamitati. Il pensiero del tuo libro, l’idea che ti sta abitando fa da filtro e tu di colpo vedi il mondo attraverso il filtro dell’ idea che hai in mente, per cui tutto viene usato e fagocitato da “lei”. Nulla più esiste in sé, tutto esiste solo in funzione della tua idea. Direi che il mondo cambia colore, forma. È come se per miracolo tutto quello che ti arriva davanti corrispondesse all’idea che hai in mente. Ovviamente non è così, ma questa è la sensazione che hai.
Quindi le digressioni sono importanti, ma bisogna prima avere un’idea in mente..
Direi di sì, altrimenti ti perdi, rischi di vagare nel nulla. Se invece un pensiero ti guida, puoi anche permetterti di deviare e perderti nel bosco: non sarà mai un vero perdersi, sarà una specie di… “perdersi guidato”. Come essere tenuti per una corda.
Possiamo dire che la molteplicità del reale viene salvata dall’unicità del pensiero?
Proprio così. Siccome nel mondo accadono milioni di cose, potenzialmente potremmo essere attratti da tutte, ma se non abbiamo un’idea in testa ci perderemmo in quel milione di cose, senza averne nessun beneficio. Un’idea ci permette invece di notare le cose che ci servono. In chimica esiste il concetto di “catalizzatore”: l’idea diventa un elemento che catalizza e induce a delle trasformazioni della realtà proprio perché si vede il mondo in un altro modo. Costruisci la tua visione del mondo e vedi tutto attraverso quella idea. È vero che perdi l’oggettività, e forse anche la molteplicità: perdi un milione di cose, sì, ma cosa te ne fai di un milione di cose così slegate e in-sensate?
Quindi mi pare di capire che a te come insegnante piacerebbe attivare nei ragazzi questi enzimi, queste visioni del mondo, perché riconoscano le loro idee…
Si, sai forse quel che chiamiamo mondo non esiste neanche… La parola mondo non vuol dire niente, è troppo grande, collettiva, onnicomprensiva. Esiste solo il mondo che vediamo, quel poco che riusciamo a contemplare dalle nostre personalissime fessure della mente, in quel brevissimo spazio di tempo che ci è dato. Ognuno di noi ha un limite temporale così ristretto... In quel poco tempo capiremo una parte infinitesimale, davvero microscopica dell’esistenza. Un pulviscolo. Ma tanto vale, va benissimo così. È però auspicabile che quel pulviscolo sia tutto nostro, che abbia un significato per noi. In quello spazio-tempo così esiguo, noi re-interpretiamo e re-inventiamo ogni volta l’intero universo. È un movimento che va dal piccolo al grande, e dal grande ritorna al piccolo.

 

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Remigia Spagnolo - Consulenza, formazione, esplorazioni