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sognatori di professione
intervista di Remigia Spagnolo
a GIOVANNI BIGNAMI - astrofisico
domenica 12 giugno 2011
SOGNATORE DI RISPOSTE
Ciao Giovanni, sei internazionalmente riconosciuto come un pioniere dell'astronomia e dello spazio. Per me sei un esploratore che sa sognare ponendosi allo stesso tempo obiettivi molto concreti, quindi un "sognatore di professione". Tu come ti definiresti?

La definizione "sognatore di professione" mi piace molto, ma non sono soltanto questo. Uno scienziato che cerchi di essere uno scienziato di punta, ovvero che studi l'astronomia dallo spazio, come io ho cercato di fare tutta la vita, non è soltanto un sognatore, ma anche uno che si pone molte domande. Il sognatore non necessariamente si pone domande. Nella mia vita, così come nella mia professione, ho sempre cercato di usare la fantasia per pormi le domande più strane e più selvagge, e dopodichè sognare la risposta. Ecco, per me la definizione "sognatore di risposte" è la definizione più vicina a quella di "scienziato" .

Lo studio dell'universo ci dimostra l'abisso della nostra ignoranza. Dalla lettura di alcuni tuoi libri apprendo che conosciamo solo il 4% dell'universo, mentre il rimanente 96% è "materia ed energia oscura" . Tu quindi per vocazione esplori l'ignoto“¦cosa rappresenta per te l'ignoto?

L’ignoto rappresenta la sfida, perché noi ignoriamo ciò che non è ancora stato scoperto. È vero ciò che dice Bacone: “È un cattivo esploratore chi dice che non ci sono terre quando vede soltanto mare". È dunque un buon esploratore chi osserva l’infinito e lo considera pieno di cose da scoprire. Non si può restare indifferenti di fronte a questa immensità. Condivido lo spirito di George H.L. Mallory (1886-1924), l’esploratore inglese che nel tentativo di raggiungere la cima dell’Everest perse la vita, anche se qualcuno sostiene che sia riuscito nella sua impresa. Mallory era un po’ fanatico, e quando gli chiesero “perché vuoi salire sull’Everest?” lui rispose, semplicemente, “because it’s there”. È un’osservazione semplicissima che però esprime un concetto fondamentale che condivido pienamente: secondo me non si può fare altro che esplorare. Il mondo si divide tra quelli che rimangono indifferenti all’universo e quelli che continuano a meravigliarsene. Mi viene in mente una frase di Oscar Wilde “Siamo tutti nel pantano, ma alcuni di noi guardano le stelle” che in inglese suona così: “We're all in the gutter, but some of us are looking at the stars". La parola “gutter” si riferisce al posto tra il marciapiede e la strada dove scorre lo scolo; nell’immaginario è il luogo dove i barboni ubriachi, con la bottiglia in mano, rotolano giù in strada. Quindi metaforicamente siamo tutti dei barboni, ma alcuni di noi, e non solo gli astronomi di professione, guardano alle stelle.

Da un tuo articolo: "Jules Verne (1828-1905) ha scritto della struttura stessa di cui sono fatti i sogni: andare sulla luna su una palla da cannone sparata dalla Florida; andare al centro della terra attraverso i vulcani d'Islanda e della Sicilia. È stato Verne ad ispirarmi il sogno di diventare scienziato" . Mi racconti meglio com'è iniziato il tuo percorso verso la professione di scienziato astrofisico?

Mi ricordo che all’inizio della scuola media, all’età di 10-11 anni (ero un anno avanti) invece di fare i compiti leggevo di nascosto i romanzi di Jules Verne: fu qui che mi innamorai follemente della vera fantascienza, quel mix di scienza e di fantasy dove la componente scientifica si estende fino a varcare i confini dell’immaginazione. Tra i suoi romanzi che hanno segnato il mio percorso intellettuale sicuramente cito “Viaggio al centro della Terra”, che ha come protagonisti il professor Otto Lidenbrock e il nipote Axel, che, a partire dal cratere Snaeffels in Islanda, cominciano la loro avventura verso il centro della terra. Fino ad un certo punto tutto avviene in modo rigorosamente scientifico: i protagonisti fanno osservazioni sui fossili trovati etc.., poi di colpo si passa alla fantascienza nel momento in cui incontrano dinosauri vivi e fanno altre esperienza fantastiche. Cito anche altri libri scritti da Verne che mi hanno affascinato e appassionato, come “L’isola misteriosa” e “Dalla terra alla luna”. Mi appassionavo dei libri d’avventura, e fui spinto da questa passione ad andare oltre la semplice lettura dei grandi classici, come ad esempio quella de “I tre moschettieri”. I romanzi di Jules Verne erano i miei preferiti. Non so se il suo primo libro da me letto “Viaggio al centro della Terra” l’abbia scelto io o no, probabilmente in questa mia ricerca mi è capitato in mano.

Si può dire che una cosa che ti caratterizzava sin da bambino era la tua curiosità  per i fenomeni naturali?

Sicuramente prestavo grande attenzione alla natura, aspetto fondamentale per uno scienziato. Mi ponevo continuamente domande sui fenomeni naturali che osservavo. Se non avessi fatto l'astrofisico sicuramente avrei fatto il biologo o il genetista. Ancora adesso però sono felicissimo di essere diventato un astrofisico. Pensa che stamattina presto ho scritto un pezzo di un mio libro di prossima uscita che dimostra, finalmente, come siamo riusciti a mettere insieme le scoperte di fisica nucleare con quelle della struttura intima della materia, con l'origine della vita. Scoprire l'origine della vita è il mio vero sogno.

Da dove ha origine il tuo spirito pionieristico?

Da dove derivi geneticamente non ho idea. Nella mia discendenza più prossima non la ritrovo, se non in alcuni miei antenati professori all'Università  di Pavia che facevano ricerca nella medicina di base, ovvero allo scopo di capire come funziona il corpo umano. Non so se basti questo, ma certamente in me è presente in modo evidente lo spirito pionieristico. Forse se avessi capito prima la struttura della biologia me ne sarei interessato prima, ma inevitabilmente dovetti scegliere il mio indirizzo al compimento dei 18 anni, innamorato follemente della mia professoressa di matematica e fisica, del Liceo Classico Parini di Milano. Questa professoressa era una vecchietta orribile e rincagnata, che però mi aveva spiegato il funzionamento del pendolo. Ciò mi indusse ad iscrivermi alla Facoltà  di Fisica, dove poco dopo conobbi il Prof. Giuseppe Occhialini, grandissimo scienziato dalla cui statura intellettuale e scientifica rimasi profondamente colpito. Non ho mai avuto dubbi dell'ottima qualità  della mia scelta, della mia vocazione per la scienza e per la ricerca. Ad un certo ero persino stupito che qualcuno mi pagasse per farlo.

Mi sembra di capire che la passione per l'esplorazione faccia parte di un tuo modo intimo di essere. In quali altri ambiti della tua vita in cui questo aspetto si rende evidente?

Si rende evidente in fasi e ambiti diversi della mia vita. Fino a quando le forze mi hanno sostenuto fisicamente ho esercitato l'alpinismo di punta, estremo, sulle Ande, sulle Alpi, sul monte Kenya in Africa. Proprio sulle Ande ho fatto cose di grande valore esplorativo e pionieristico. In generale, mi ponevo sempre il problema di affrontare montagne nei posti più strani e inaccessibili all'uomo, che richiedevano una prima fase di esplorazione. Partivo a cavallo nelle valli con un mio amico in posti grandi come la Valle d'Aosta, senza strade, attraversando i fiumi. Andavamo senza carte che ci aiutassero a identificare correttamente le montagne, così spesso ci perdevamo, in modo selvaggio. Lo stesso accadde per il massiccio del Monte Bianco, sulle Grandes Jorasses. Cercavo le strade non più percorse dall'800 per avventurarmi. Cercavo terreni dove hai la sensazione di essere da solo, unico responsabile delle tue decisioni e azioni, soprattutto nelle Ande dove sai che per tornare a casa devi camminare 6 giorni, altrimenti non torni. Accusi certamente stanchezza, ma assapori il gusto della sfida e una scossa adrenalinicaLo stesso spirito pionieristico lo metto ora nella divulgazione, che per me è una vera esplorazione.

Cosa provi durante le tue innumerevoli conferenze di divulgazione?
Guardo in faccia il pubblico e divento quasi un attore. Si crea una sintonia emotiva con il pubblico grazie alla quale arrivo a capire cosa vuole e si aspetta da me, non viceversa. Questa per me è un'esplorazione e una sfida importante. Certe volte mi piace molto, e funziona un po' come l'effetto inebriante che può derivare dall'assunzione di una droga. Quando sento che il pubblico "risuona" provo delle bellissime emozioni.La divulgazione è per me anche un dovere almeno per due motivi: perchè la scienza va avanti con i soldi di quelli che pagano le tasse e perchè fa da contraltare alla deriva culturale dei programmi spazzatura televisivi. In tal senso la mia è una ricerca di stile rispetto alla becerità  di ciò che ci viene propinato continuamente.
Rispetto a chi non si occupa di astrofisica, come cambia la geografia di pensiero di un uomo abituato a calcolare e ad immaginare l'infinitamente grande e l'infinitamente piccolo?
In termini scientifici ritengo che l'infinitamente grande e l'infinitamente piccolo siano la stessa cosa. Scoprire come funziona l'universo significa arrivare a scoprire l'origine della vita.Sicuramente chi fa il mio mestiere adotta un modo di pensare molto diverso da quello adottato dalla gente comune. Il concetto di fenomenologia, ovvero di osservazione dei fenomeni, che si applica indistintamente per l'infinitamente grande e per l'infinitamente piccolo, non è nell'uso e nel consumo comune. Questa è la diversità . Non è da intendersi nel senso di migliore o peggiore, ed è comunque è un modo di pensare che non cambia il proprio modo di rapportarsi con le persone.
Più in dettaglio, quali sono le peculiarità  di pensiero di un astrofisico?
Certamente faccio ricorso all'astrazione, cioè cerco di pensare alle cose nel modo più generale possibile. Parlare di infinitamente piccolo significa pensare e a com'è fatta tutta la materia nei concetti il più possibile generali. Oltre che dalla capacità  d'astrazione il pensiero di uno scienziato viene condizionato dalla sua stessa curiosità . In sostanza, tendo a pormi dei problemi sempre più astratti e sempre più generali per cercare di capire come questi si possano affrontare dal punto di vista epistemologico e fenomenologico. Alla fine la fenomenologia purtroppo, o per fortuna, nella scienza è fondamentale. Posso avere una teoria pazzesca ma finchè non trovo un fenomeno, un qualcosa che me la sostenga, rimango nella teoria Il mio pensiero è inoltre caratterizzato dalla perseveranza nell'indagine del problema che mi pongo. Io ho scoperto questa ormai famosa sorgente di raggi gamma Geminga (vedi capitolo "scoperte originali") perchè ho "azzannato" un problema e non l'ho mollato per 20 anni. Sono riuscito a portare su questo problema tutta l'indagine fenomenologia possibile, con l'astronomia di allora, dal 73 al 93, e alla fine ci sono riuscito. Per questa scoperta ho ricevuto un premio dagli americani. Nell' "azzannare il problema" ho portato dentro sempre nuovi metodi di indagine presi da altri campi. Mia moglie diventava matta per questa mia assidua ricerca di trasversalità  negli studi e per le osservazioni completamene nuove che proponevo, ma proprio da queste è arrivata la risposta.
Alexis Carrel, famoso premio Nobel della medicina, disse: "Osservare è meno facile che ragionare“¦è risaputo che scarse osservazioni e molti ragionamenti sono causa di errore“¦Molta osservazione e poco ragionamento conducono alla verità ". Sei d'accordo?

Bullshit, le osservazioni sono importantissime. Einsten è un controesempio piuttosto spettacolare. Non aveva osservato niente ma aveva visto tutte le cose giuste. Lui non aveva fatto esperimenti o osservazioni, e aveva fatto una previsione astronomica della teoria della relatività molto tempo prima che fosse possibile osservarla con telescopio. Quando gli hanno detto che la sua previsione era esatta lui non si è certo sorpreso e ha detto: “sarei stato triste per il buon Dio se non fosse stato così”. Leggermente presuntuoso, ma lui non aveva nessun bisogno della conferma. Lui faceva esperimenti di pensiero. Non osservava, ma pensava molto. Io molto più umilmente cerco di fare tutte e due. Ovviamente abbiamo parlato prima di fenomenologia riguardo alle osservazioni astronomiche, soprattutto per quanto concerne l’astronomia da satellite. Credo molto nelle osservazioni, ma altrettanto nell’interpretazione delle osservazioni e ai significati del fenomeno osservato. Solo dopo cerco di estrapolare logiche di comportamenti astronomici futuri. Ad esempio quando ho trovato la sorgente a raggi gamma Geminga ho ipotizzato che ce ne fossero delle altre. Così abbiamo trovato una popolazione di stelle e questo ci induce a pensare che ci sono altre popolazioni di stelle. Quindi inventiamo un esperimento che ci permette di verificare se è vero per tutto l’universo.

 

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