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sognatori di professione

"FARE MUSICA"

intervista di Remigia Spagnolo
a ANDREA ATTUCCI - pianista, direttore d'orchestra, compositore
22 gennaio 2011

PRIME NOTE
Ciao Andrea, come è iniziata la tua avventura da musicista?

Per risponderti devo raccontarti di un episodio che mi coinvolse da piccolissimo senza che ne abbia ricordo. Furono i miei genitori a raccontarmelo solo quando divenni più grande e già avviato nella carriera di musicista. Avevo 5 anni ed ero nello studio di mio padre, architetto, nel quale c’era un grande giradischi. Dal giradischi provenivano le note delle Suite dallo Schiaccianoci di Tchaikovsky dirette da Herbert Von Karajan. Io muovevo le mani fingendo di dirigere il concerto. Mio padre mi vide di nascosto e due settimane dopo mi fece prendere lezioni di musica. Allora non sapevo cosa avesse portato mio padre a indirizzarmi verso le lezioni di pianoforte. Fu lì ad ogni modo che è iniziata la mia avventura, altrimenti, forse, sarei diventato un architetto.

Ricordi invece episodi legati alla tua infanzia dove la passione per la musica iniziava a farsi evidente?
Ricordo che sin da quando avevo 2-3 anni mi piaceva molto sentire le canzoni, anche se non mi ricordo quali. Mi piaceva soprattutto la sensazione che si prova quando si ha voglia di cantare, di esprimersi. C’è un episodio che ricordo particolarmente e non dimenticherò mai: ero molto piccolo, forse avevo un anno e mezzo. Abitavo a Legnano. Ero seduto a casa per terra e osservavo mia madre che dopo aver risposto al telefono iniziò a parlare a lungo con la persona all’altro capo del telefono. Non capivo nulla di quello che stava dicendo, ti assicuro, ma sentivo una voglia irrefrenabile di imparare ad esprimermi come lei. Non so come spiegartelo, ma è un po’ come sto facendo adesso con te. Mi sto esprimendo e man mano sento che la mia voce si sta alzando…e probabilmente fra un po’ arriverò ad urlare. Il mio diaframma si abbassa e per la mia struttura fisica aumenta di volume.
Provieni da una famiglia dedita alla musica?
No, assolutamente. Anzi…Mio padre è un architetto, mia madre è insegnante elementare. Solo il mio bisnonno paterno suonava il pianoforte la sera dopo il lavoro, accompagnando i film muti. Si chiamava Ildebrando Luciani.Mio padre è sempre stata una persona con schemi e principi ben precisi, sebbene con passioni artistiche come pittura, lettura e poesia. Fu lui a decidere quali sarebbero dovute essere le passioni d’infanzia dei suoi figli. Mia sorella avrebbe dovuto fare danza, mio fratello giocare a pallone e io studiare il pianoforte. Crescendo, i miei fratelli sono diventati ingegneri, mentre io ho proseguito nella musica. Mio padre, per questo, mi considerò il più pazzo dei tre e incominciò a spingere perché facessi altro, al punto che ci allontanammo. Fu così che smisi di coinvolgerlo nelle mie scelte. In famiglia ho fatto molta fatica per andare avanti per la mia strada. Ho dovuto lottare e litigare. Ad un certo punto mi iscrissi persino ad architettura, ma arrivai a non farcela più e non andai avanti negli studi.Mi iscrissi invece al Conservatorio e iniziai a bruciare tutte le tappe per dimostrare a mio padre che potevo farcela.La mia famiglia mi ha molto osteggiato, anche se ora sono riuscito a liberarmi in gran parte dei condizionamenti. Da mio padre, e in generale dall’opinione comune, il lavoro di musicista non è considerato un mestiere. Le persone ti chiedono: “Tu cosa fai?”. Quando io rispondo “il pianista”, loro insistono: “Sì, ma che lavoro fai?”.
Come hai vissuto gli anni di formazione musicale?
Ho iniziato a studiare pianoforte a 5 anni e ho proseguito instancabilmente fino ai 17. Non è stata una vita facile: suonavo ma avrei voluto divertirmi come gli altri miei coetanei. All’inizio non sapevo neanche per cosa facessi tutto questo. Fu lì che avvenne un altro episodio che mi fece capire qualcosa di più di me stesso. All’età di 13-14 anni il mio maestro di allora, mentre facevamo lezione di solfeggio, capì la mia inquietudine e mi disse: “Tu non fai questa cosa né per i tuoi genitori, né per me, né per gli altri tuoi insegnanti, ma solo per te stesso. Ricordati sempre, perché poi ricollegherai questo suggerimento in tutte le cose che farai, che lo fai prima di tutto per accrescere te stesso, e magari, poi, anche per gli altri”. Quando mi disse questa cosa, ne capii al volo il significato. Ero pronto per comprenderlo. In me scattò immediatamente qualcosa. Già nel giro di una settimana, da quel momento, mi trovai molto cambiato al punto da velocizzare il superamento di tutti gli esami. Fu un meccanismo improvviso che cambiò il mio modo di rapportarmi con me stesso e con la musica.
Potresti raccontarci meglio cosa cambiò dentro di te dopo questo episodio?
In quel periodo andavo al liceo artistico a Busto Arsizio. Ci andavo a piedi partendo da Legnano. Da quando il maestro mi disse quella frase ricordo, come fosse oggi, che tutte le mattine durante il tragitto scuola-casa pensavo a cosa volesse dire realmente per me e continuavo a ripetermela. Prima ero demotivato, non mi piaceva andare a scuola. Litigavo con gli insegnanti, pareva avessi talento e mi piaceva disegnare, ma non ero bravo. Ma fu dopo quella frase che iniziai a rimotivarmi.Fu in quel momento che cominciai a scavare dentro di me, e ripresi ad utilizzare il tempo dopo la scuola per leggere tutti gli spartiti che suonavo. Non li canticchiavo né li suonavo, ma li leggevo e ripassavo a memoria. Un po’ come pensare di scrivere nella tastiera del computer senza vederlo, o il voler leggere un libro senza averlo in mano. Iniziai a sviluppare così la cosiddetta memoria visiva e ho bisogno ancora adesso di affidarmi a questa memoria. Se io suono una sonata di Mozart e mi si cambia lo spartito, vado in panne. Devo vedere quelle note scritte esattamente nel modo in cui le ho memorizzate.
E dopo il liceo artistico cosa decidesti di fare?
Sono andato a vivere da solo. Avevo 19 anni. Proseguii gli studi musicali, ma feci diversi lavori per mantenermi economicamente. Sono stato macellaio, muratore. Ho anche fatto volontariato per due anni con ragazzi gravemente handicappati e avrei potuto diventare educatore se avessi preso il titolo professionale, ma non lo sentivo tanto come mio lavoro. Ad ogni modo, per quei due anni ho staccato completamente anche dalla musica. Feci anche volontariato per la Caritas nel periodo in cui in Piemonte ci fu l’alluvione. Mi ricordo ancora quando dovetti tirar su cadaveri di vacche. Ad un certo punto ripresi a fare musica e feci anche un concerto in pianoforte, ma andò male. Non mi demoralizzai. Ripresi a studiare ed eccomi qui.
Devi aver fatto molta fatica per trovare la tua dimensione nella musica.
Si, tantissimi sacrifici. Sono arrivato a 37 anni e la gente mi dice che ho fatto moltissimo, ma è dall’età di 5 anni che sono attaccato ad uno spartito, anche se ho fatto altri lavori nel frattempo. Tra i 13-14 anni mentre i miei amici facevano le partire a pallone, io ero sempre attaccato al pianoforte.
E cosa ci dici del rapporto con i tuoi maestri?
Nel trovare i miei maestri di musica ho avuto fortuna o meno fortuna, a seconda dei casi. Al Conservatorio di Milano trovai Marcello Abbado (fratello maggiore di Claudio Abbado), allora direttore del Conservatorio, che, visti i risultati che ottenevo, mi fece superare due anni in uno. Poi mi trovai malissimo con un maestro che cercava di insegnarmi le cose con un’impostazione da “statale”. Studiavo pianoforte e solfeggio otto ore al giorno perché volevo dare il prima possibile gli esami. C’era una mentalità per cui bisognava essere sempre più bravi e migliori degli altri e fare le audizioni a ritmo incessante. C’era una guerra spietata anche tra gli allievi. Ma con quel maestro io non riuscivo ad andare avanti, non capiva il mio repertorio. Ancora un insegnante di composizione ce l’aveva con me perché ero un pianista, e dimostrava di avere preferenze per una mia collega perché scriveva poesie. Infatti lei aveva voti altissimi e io bassissimi. E’ stata un’ esperienza difficile nei conservatori, non mi sentivo capito, poi alla fine mi sono diplomato privatamente. Avevo bisogno di un insegnante che mi guidasse dandomi standard e linee guida. Fui fortunato e finalmente lo trovai. Riuscii così a sbloccarmi al punto che iniziai a preparare gli esami in tre settimane. Avevo talento, ma prima non ero riuscito a trovare la persona che mi valorizzasse. Il nuovo insegnante mi preparò bene. Andai a Vicenza e mi diplomai privatamente.

 

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Remigia Spagnolo - Consulenza, formazione, esplorazioni